Racconto di Natale

Ieri, trovandomi nella Grande Città per questioni di lavoro, sono andata a fare visita alla signora P.
La signora P, come alcuni sanno, era la mia padrona di casa nonché vicina di pianerottolo quando abitavo nella Grande Città.
Undici anni e mezzo insieme: praticamente una vita.
In cui, tra alti e bassi, siamo diventate amiche, anche se lei è del 1927 e io del 1977. Ma io ho un debole, per i vecchietti. E poi la signora P sarà anche in là con gli anni ma è sempre stata molto più in forma di me: si pulisce la casa da sola e quella brilla come un diamante Svarosky; fa giardinaggio trasportando enormi vasi pieni di terra con tanto di albero piantato dentro che neanche Sansone; tutti i giovedì sera va girando per i bar del quartiere a raccattare cornetti e dolcetti per la colazione dei duecentoepassa senzatetto che organizza il venerdì mattina in chiesa… e insomma fa diciotto milioni di cose che io neanche se mi ammazzo di anfetamine.

Il nostro rapporto però non è stato sempre idilliaco.
Anzi, a dirla tutta, io nei primi anni che abitavo lì da lei, la consideravo una ficcanaso rompiballe: avevo 24 anni e un fidanzato molto bello che dormiva sempre a casa mia, ero appena uscita dallo status sfigato di studentefuorisedeconcoinquilini per approdare a quello di giovanelavoratricechevivedasolaconunluminosofuturodavanti (ancheseunpo’mi aiutaancorapapà), insomma non vedevo l’ora di godermi la mia meravigliosa libertà, per cui la nonnina che mi suonava diciotto volte al giorno o addirittura mi entrava in casa con il doppione della chiave un po’ mi infastidiva. Tanto più che io ero ancora nella fase postadolescenziale del rancore antireligioso e anticlericale, e lei invece insisteva a portarmi a casa la Palma consacrata, o il prete per la benedizione annuale dell’appartamento, o il santino della Madonna di Lourdes perché mi ci affidassi ogni mattina… eccetera eccetera eccetera.

Poi, però, non senza frizioni e discussioni, i limiti consentiti alla reciproca invadenza sono stati stabiliti meglio; il fidanzato bello (e scemo) è passato come acqua sotto i ponti; la smania di godersi la libertà pure…
…ed è cominciata la vera età adulta: quella in cui lavori tantissimo, non hai più la forza di uscire tutte le sere, a volte ti senti un po’ sola e avere qualcuno che ti suona per portarti il brodo quando hai la febbre, o gli gnocchi quando nel tuo frigo c’è il vuoto post atomico, diventa una cosa bella. E poi, io nel frattempo ho perso mia nonna, cui volevo molto bene e con cui parlavo a telefono molto spesso, e mi era giusto rimasto un posto vuoto per un nuovo vecchietto.
Così, io e la signora P siamo entrate in una fase nuova del nostro rapporto, fatta di amicizia e mutua solidarietà.

Io andavo da lei a sintonizzarle manualmente i 102 canali del suo televisore del Dopoguerra che periodicamente esplodeva, lei combatteva in mia vece con elettricisti, idraulici ed artigiani vari, stremandoli con la sua ostinata tirchieria fino al punto da ottenere riparazioni gratis; io la aiutavo con le scartoffie della pensione e altre faccende burocratiche, e lei mi faceva da portiera: apriva ai miei amici quando io ero fuori città e loro avevano bisogno di un posto in cui dormire; prendeva la posta in mia vece; controllava che non avessi lasciato il gas acceso più o meno una volta su due che io uscivo da casa di gran fretta…

Insieme, io e la signora P, ne abbiamo passate proprio tante.

Come quando, per esempio, mi suonò alla porta mentre perdeva fiumi di sangue e – a me sembrava – pezzi di cervello dal naso, e io, rischiando lo svenimento ogni secondo, dovetti tenerle il ghiaccio sulla nuca per diverse ore, guidata dalle sue istruzioni risolute di esperta infermiera in pensione e minacciata di non avvertire nessun familiare perché sennò si spaventano (il fatto che io stessi rischiando l’infarto dalla paura di vedermela morire sotto gli occhi, invece, era irrilevante).

O come quando fui io ad aver bisogno d’aiuto fisico perché venni colpita da un torcicollo fatale – al punto che un collega  mi dovette accompagnare in ospedale – e rimasi bloccata in casa per venti giorni, e lei dovette farmi la spesa e le iniezioni di cortisone e di antidolorifico tutti i giorni.

Oppure quando la signora P, in un attacco di buonismo, si portò a casa una senzatetto straniera e le offrì il pranzo, ma poi se la ritrovò tutti i giorni alla porta, che voleva dormire e stare da lei, e le figlie della signora P cominciarono a gridarle per telefono che era pazza, che la senzatetto aveva sicuramente dei complici, che questi le sarebbero entrati in casa di notte per rapinarla e poi trucidarla… e insomma io dovetti fare finta di essere la figlia della signora P che era improvvisamente tornata dall’estero e ora dormiva lì quindi non c’era più posto per nessuno, e ogni giorno dovevo andare a controllare che la senzatetto, dopo aver pranzato, non avesse massacrato con un martello la signora P e il signor P.

Oppure, ancora, quando il signor P ha cominciato a perdere sempre più colpi (l’ictus, la rapina in banca con la botta in testa…) e la signora P però non voleva dargli le medicine perché gli sembrava di drogarlo, né voleva “mettergli un badante” perché non voleva farlo sentire abbandonato nelle mani di un estraneo (e poi costava), e allora ci pensava lei, al signor P, ma ogni tanto lo perdeva di vista, e allora il signor P usciva e se ne andava in giro per la città, anche in canotta e ciabatte sotto il sole di agosto, e allora la signora P veniva da me piangendo perché si era persa il marito, e andavamo insieme al commissariato, e poi perlustravamo il quartiere in macchina per ritrovare il signor P, e poi non lo trovavamo e lo aspettavamo a casa, e poi lui puntualmente tornava, e a me e alla signora P che lo aspettavamo sul pianerottolo davanti all’ascensore con le lacrime agli occhi per il sollievo che non fosse morto, rispondeva un po’ seccato (sempre che ci riconoscesse): bè, ch’è tutto ‘sto casino che si sente fin da sotto al palazzo????

E insomma, tornando all’oggi, ieri mi trovavo a passare dalle parti della signora P all’ora di pranzo e così l’ho chiamata.

– Ciao, signora P, ti disturbo, stai mangiando?
– …sì. (ruminando)
– Mi offri il pranzo pure a me, se arrivo tra una decina di minuti?
– …va bene, va bene… però te magni quello che trovi (perché la signora P è originaria di Rieti e parla un po’ con l’accento laziale).

Così sono andata, e pensavo di trovare due cracker con una sottiletta, e invece la signora P mi ha rimpinzato come al solito anzi più del solito perché dice che ora che siamo in due dobbiamo mangiare di più e invece io le sembro sciupata (da che la conosco non mi ricordo che non mi abbia trovato sciupata, anche quando ero palesemente sovrappeso),  così mi sono fatta fuori un piatto di pasta al pesto da circa 200 grammi, cinque fette di emmenthal, l’insalata valeriana che fa bene, distende l’intestino e poi io la lavo col bicarbonato non ti preoccupare, una banana e un caffè, e solo perché le ho detto che stavo per vomitare sono riuscita a non mangiare la crostata di fragole che voleva per forza propinarmi. Poi ci siamo trasferite in salotto a guardare vecchie foto.

– Ora ti serve un digestivo… che ti do’, un lucano?
– …ma signora P, gli alcolici, non posso… sono incinta.
– Mmmm… (= mugolio di disaccordo con mano che fa un gesto tipo di scacciare una mosca)… un digestivo non  ha mai fatto male a nessuno.

Però non me lo sono presa lo stesso, il lucano, perché tra le altre cose è dolcissimo e non è vero che fa digerire.

E insomma le novità della signora P sono che adesso ha un indianino a servizio 24 ore perché lei si sta facendo vecchia e non riesce a seguire più il signor P; che l’indianino è buono e crede in Dio però quanto magna, mamma mia, spendo tutta la pensione per la spesa; che il signor P non parla quasi più e vuole fare tutto con la moglie, anche il riposino pomeridiano (che tanto riposino non è, visto che dura 4 ore) ma la signora P si scoccia perché lei non ha mai dormito dopo pranzo; che anche lei, l’invulnerabile signora P, ha qualche acciacco al cuore ed è stata ricoverata un paio di volte; e soprattutto che la ragazza che mi ha sostituito nella casetta a fianco continua a starle un po’ antipatica perché ogni volta che apre la porta e la trova sul pianerottolo, la richiude in tutta fretta come se lei (la signora P) fosse la peste, e poi non è gentile e solare come te ma sempre cupa e un po’ sgarbata.

E allora io, anche se a parole faccio la politically correct e dico alla signora P di non essere ostile, che la ragazza magari è solo un po’ timida, che faranno presto amicizia, che anche noi due all’inizio abbiamo preso le misure…

… io in cuor mio sono contenta, che la signora P mi preferisca, perché significa che non mi ha rimpiazzato, e che le persone non sono poi così sostituibili.

E soprattutto, significa che undici anni e mezzo di vita non scompaiono nel nulla, anche se cambi casa e paese: restano lì, dentro al cuore, e fanno parte di quella cosa meravigliosa che è la storia di un essere umano.

Advertisements

4 thoughts on “Racconto di Natale

  1. L’amore per i vecchi……….tutti dovrebbero saperlo provare!!!!!!!Loro insegnano a noi più cose di quanto pensiamo di aver appreso!!!!!! E poi…..la vecchietta dove la metto….dove la metto non si sa………….Spendido anche questo!!!!!!!! Risate……sempre……..risate

  2. 2 anni e mezzo non sono 11 ma sono bastati per un’amicizia simile con veravirzìtuttoattaccato, vicina anni ’50 con un passato da sogno a fronte di un piccolo presente (pensavo io), di pomeriggi di te e crostata, qualche aperitivo e un guardaroba anni ’60 ricucitomi addosso, 90% del mio armadio delle occasioni speciali e scusa ufficiale per spolverare foto e ricordi dell’epoca. =)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s