GraviDy

gravity

Avete presente “Gravity”, il film con Sandra Bullock uscito l’autunno scorso? Il per alcuni capolavoro per altri no ascrivibile grossolanamente alla categoria film spaziali-catastrofici in cui il protagonista incorre in una catena di sfighe legate indissolubilmente tra loro da un rapporto esponenziale per cui la seconda sfiga è il doppio della prima, la terza il doppio della seconda e così via, in un susseguirsi talmente fantasmagorico che a un certo punto tu, che all’inizio tremavi e temevi per la sorte del povero protagonista, cominci invece a ridere, poi a dire un se, vabbé dietro l’altro e alla fine preghi perché qualcuno spari a ‘sto benedetto cristiano pur di terminare la sua rocambolesca avventura e farti andare a casa?

Ecco, i miei ultimi quindici giorni sono stati esattamente come quel film.

Solo che invece di essere nello spazio a fronteggiare piogge di meteoriti, tempeste atomiche, traversate tra una navicella spaziale cinese abbandonata e l’altra, io ero sulla Terra, precisamente nella mia città natale, ossia in una delle città più divertenti in cui trovarsi tra Natale e Capodanno, a fronteggiare una serie cosmica di malanni che si sono abbattuti su di me incuranti del mio già precario stato fisico di gravida più sfigata della terra (quella, per ricordarlo, che ha il disagio che capita a 1 donna su 500, da me già descritto qui).

Sicché, mentre Mio Fratello se ne andava a sciare dalla mattina alla sera coi vecchi compagni di università, la Broccola sua degna consorte – gravida anche lei come me ma naturalmente in forma smagliante – se ne andava a pranzo al mare con Spank e Milady, ossia i Bimbi più belli e buoni del pianeta (che poi sarebbero anche i miei nipoti, ma questo non inficia l’obiettività del mio giudizio), le mie amiche d’infanzia si incontravano in giro per il centro, i genitori di Cuoresaldo facevano i turisti per la Città più bella del mondo (sempre la mia) e l’universo intero, più o meno, si godeva il clima di festa e di fancazzismo del periodo, tra uno Schiaccianoci al San Carlo e un De Filippo al San Ferdinando, la mia povera stanzetta di quand’ero piccola, coi fiori di Laura Ashley alle pareti, assisteva  suo malgrado a un film mezzo pulp e mezzo dell’orrore in cui la sua vecchia proprietaria – cioè io – veniva attaccata da virus di varia provenienza – dalla Francia all’Umbria – che la trasformavano in un essere mostruoso a metà tra un giga lombrico verde e strisciante e la sempre valida Linda Blair di cui si è già discusso varie volte.

Cioè, per dirla in termini più concreti, io boccheggiavo mezza morta con 39 e mezzo di febbre tra vomiti, diarree, mal di pancia, raffreddori, tossi e fenomeni patologici minori di varia natura ma uguale fastidiosità (gola bruciata dal vomito, occhi e ghiandole gonfie e persino un’irritazione alla patata) che si sono andati simpaticamente ad assommare ai fenomeni pregressi legati al mio stato di puerpera.
Che poi voi direte: come si fa a riconoscere un vomito da virus da un vomito da gravidanza?
Si fa, vi assicuro, basta raggiungere un certo livello di competenza. E io, modestamente, l’ho raggiunto.

E insomma alla fine, passato mestamente Capodanno, me ne sono tornata a Macondo con una tosse che in confronto i rutti di Shrek sono sussurri musicali e con l’umore molto più che sottoterra, diciamo più o meno al livello del nucleo terrestre (interno, naturalmente, quello fatto tutto di ferro fuso).
Motivo per il quale non ho scritto per tanti giorni, ché questo blog si suppone essere nato con uno scopo umoristico e invece io di voglia di ridere proprio non ne avevo.

Anzi, per dirla tutta, avevo solo voglia di piangere.
Sempre e comunque.
E non è solo per gli ormoni della gravidanza, che ti fanno piangere anche quando in tv vedi qualcuno che supera i provini di X Factor o Tata Lucia che riesce nella sua ennesima impresa, no (anche perché quello a me succede anche quando non sono incinta, perché io mi commuovo facilissimamente).
È proprio perché mi sono abbattuta, ma sul serio, e ho cominciato a pensare un sacco di cose tristissime.

Che non è possibile che io, che non avevo la febbre a 39 più o meno dal 1987, ora che sono incinta me la sono presa già tutte queste volte.
Che i disagi da gravida mi sono capitati tutti, ma proprio tutti tutti, come se volessi esaurire tutta la Treccani dei disagi da gravidanza, e mi durano ben più dei canonici tre mesi e più amplificati.
Che tutte le donne sono più belle e serene quando sono gravide e invece io mi sento Fiona fuori (la moglie di Shrek) e Hulk dentro.
Che, insomma, io sono la Sandra Bullock delle gravidanze (da cui il titolo del post) e le altre donne mi guardano sempre un po’ sgomente e dicono cose tipo “Madonna tutte a te” “Non so come ti vedo, con questa creatura” “Mi sa che proprio non sei fatta per questa cosa” o anche un più semplice e peggiore “…ma come mai???” che poi sembrerebbe voler dire figliamiatiseiimbarcatainunacosachepropriononèperte.

Così, a furia di pensare cose tristissime, sono finita a piangere pure dal Professor Coraggio (ossia il mio ginecologo, cosiddetto perché qualsiasi calamità gli riferisco, lui mi risponde  sempre “Coraggio”, sia dal vivo che nei messaggi).
Cioè, io ci ero andata non per piangere, ma per la storia della tosse.
Solo che appena lui mi ha chiesto

–       E allora, mia bella signora, come va?

io sono scoppiata a piangere e tra un muco e l’altro ho biascicato cose senza senso tipo che sono stanca e non ce la faccio più.
E lui è stato molto comprensivo.
Mi ha dato svariati fazzoletti per asciugarmi le lacrime, mi ha prescritto l’antibiotico per la tosse ché sennò mi viene la polmonite (ci manca solo quella), e poi ha fatto finta di ricordarsi un “rimedio finale” per la scialorrea, un cerotto contro l’ipertensione arteriosa (???) che io sono anche andata a comprare ma che mi guardo bene dall’applicare, visto che lo stesso Professor Coraggio ha detto che potrebbero sopraggiungermi degli effetti collaterali (tipo mal di testa, svenimenti, cose così) che data la mia sfiga sicuramente mi verrebbero e insomma anche lì, ci mancano solo quelli.

E poi, però, ha fatto un’altra cosa, che alla fine è stata quella che mi è servita di più.

Mi ha fatto un’ecografia veloce per controllare che, a furia di vomitate e colpi di tosse, laggiù non mi si fosse aperto qualcosa prima del tempo o Alien non avesse subito contraccolpi fatali.

Io guardavo il monitor e mi aspettavo il peggio: tipo che Alien, a furia di essere così sballottato, si fosse tutto smontato e avesse, per dire, la gamba al posto del naso o la faccia tipo Guernica di Picasso o le braccia intrecciate indissolubilmente. E tra me e me, pensavo tristerrima: ormai è fatta, è tutto perduto, bene che mi vada Alien sta incazzato nero perché ha capito che sono la persona peggiore che gli poteva capitare come mamma, che invece di pensare a fargli sentire il pendaglio degli angeli (o come cavolo si chiama quella dannata collana che portano le gravide lunga fino alla pancia), o la musica di Bach, o a fare il corso pre parto o qualsiasi altra cosa buona e giusta per i neonati che stanno dentro la pancia, io passo il tempo a vomitare, stare male e smadonnare, e penso solo al momento in cui lui e la placenta verranno fuori da me e io finalmente mi sentirò meglio.

Invece non è andata così.
Alien non solo non si era smontato, non solo aveva tutti i pezzi al suo posto, ma era anche nella posizione giusta in cui doveva essere, cioè con la testa sotto e i piedi sopra. E non aveva l’aria incazzata, anzi: aveva una faccia tonda tonda e distesa (quella che Cuoresaldo dice che è da fesso), e se ne stava tranquillo e beato, ed era rivolto proprio dalla mia parte (cioè, non mi dava il culo come spesso fanno loro, era proprio di faccia), e sembrava dire: ehi, mamma, anche se tu stai di merda qui va tutto bene, stai tranqua.

 

Proprio così: mamma, e stai tranquilla.

E allora, per la prima volta forse, io mi sono accorta di quanto gli voglio bene.

E ho preso e portato a casa la mia prima grande lezione da genitore.

Che, tanto per cominciare, anche se non mi ci sento, io un po’ già lo sono, mamma: ché sono bravi tutti, a voler bene alle persone quando queste non portano guai, ma solo le mamme lo sanno fare in mezzo alla tempesta.  E io in mezzo alla tempesta ci sono, ma ad Alien gli voglio bene lo stesso.

Che un modo solo non c’è, di essere e diventare mamme.

Che ognuna ha il suo, e tuo figlio lo sa meglio di te, per cui non ti guarda sgomento e non gliene frega un cazzo del pendaglio degli angeli perché sta dentro di te e lo sa benissimo quello che stai passando e lo sa benissimo che il punto, nelle tue condizioni, è portare a casa la pelle e non farti sentire quel cazzo di pendaglio.

E soprattutto che le Cose Importanti – non mangiare, bere, fare la pipì da soli no, le cose Importanti come… la Forza di Stare al Mondo – non sarai tu, a insegnarle a lui, no, scordatelo proprio, perché tu hai già troppi anni di dubbi e paure e domande alle spalle.
Sarà lui, a insegnarle a te.
Tu dovrai solo lasciarlo fare, e tenerti pronta.

E allora ecco: come direbbe Sandra, io sono (quasi) pronta.

Buon anno nuovo a tutti.

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11 thoughts on “GraviDy

  1. Sì sì. 39 e 2 la sera della vigilia, cosa che in 45 natali non mi era capitata, e quindi questo che doveva essere il Natale della riconciliazione, quello che avrebbe cancellato per sempre il ricordo delle tristissime feste dell’anno scorso in cui il e il consorte avevamo preso – apparentemente in modo definitivo – strade diverse, si è rivelato un Natale in modalità ER. Solo che il consorte non si è calato nel ruolo di Doug Ross (ok, lui era un pediatra e io non sono una bambina), né in quello di Ciccio e neanche in quello di Carter. Il consorte ha interpretato la parte dell’odiosissimo dottor Romano, quello che empatia zero meno e simpatia vado a cercarla sul vocabolario che neanche so cosa significhi. Così io ho tossito, vomitato, scacazzato tutta la sera, mentre lui ha smadonnato in versione stereo. Quando poi l’ho supplicato di massaggiarmi il collo del piede destro, l’alluce sinistro ed entrambi i polsi, che all’improvviso avevano cominciato a farmi un male avvilente, ha stabilito che fossi in preda a una crisi psicotica e mi ha drogata con lo xanax spacciandomelo per un antidolorifico. Insomma, roba da sputargli in faccia. Cosa che se avessi avuto anche la scialorrea, mi sarebbe venuta alla grande.
    PS: Il giorno dopo mi sono svegliata fresca come una rosa, ho trovato sotto l’albero un mucchio di regali e, attaccati sullo sportello del frigorifero, i biglietti per lo Schiaccianoci al San Carlo. Tutto sommato il consorte non è poi così male.

  2. Così a occhio mi sembra di capire che non ti sia piaciuto Gravity. E questo è brutto assai. Per il resto tutto meraviglioso.

  3. Midulla io non vedo l’ora che ti verrà voglia di sputare un po’ in compagnia…e smoccioliamoci pure un po’addosso!!! Sei forte 🙂

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