Nuovi amici… o no?

Sono diverse settimane che – dato il mio precario stato di salute e le calamità occorsemi di recente – al mio studiolo nella Grande Città ci vado molto poco, e a lavorare me ne sto a Macondo, nell’angolo di casa che Cuoresaldo e io abbiamo identificato come unico possibile per ospitare le mie carte e il mio disordine, ossia: fuori dalla vista umana, nella mansardina sott’al soffitto con le travi di legno. Che a dirla così sembra molto figa e bohémienne, ma a viverla realmente un poco scomoda è, bisogna ammetterlo.

Tanto per cominciare, infatti, l’accesso avviene attraverso una scala che è originale, bellissima e disegnata da Cuoresaldo e da Spagnola – sua amica architetto molto sprint che vive a Barcellona – ma non è proprio praticissima: i gradini sono piccoli e di materiale un po’ scivoloso, fa una curva a gomito e, per giunta, ha una ringhiera minimalista che esteticamente è molto sofisticata ed elegante ma se ti sbagli di un millimetro e la lisci, finisci giù ruzzoloni diretta in cucina. Non c’hai mica ottant’anni ché rischi di romperti il femore, dai!  No, vero, però con la panza dell’ottavo mese ho più o meno l’agilità di un capodoglio spiaggiato, quindi salire lassù, per me, equivale a camminare su una liana senza nessun appoggio per Indiana Jones.

In secondo luogo, l’altezza della mansarda non è proprio… alta. Quantomeno, non dovunque. Nel senso che le affascinantissime travi di legno del Duecento che fanno da interpunzione al soffitto hanno uno spessore di, a dire poco, 40 centimetri, per cui il metro e ottanta di tetto diventa, qui e lì, un metro e quaranta e insomma, io non sono un gigante ma manco una nana, sicché ogni volta prendo svariate craniate consistenti, quelle che ti fanno dire: oddio, si è proprio rotta, adesso svengo in un lago di sangue. Allora ho iniziato a usare permanentemente una sedia da ufficio con rotelle con cui spostarmi: appena arrivo in mansarda tac, mi siedo e mi sposto con quella. Ma, nonostante l’astuto stratagemma e per quanto faccia attenzione, arriva sempre il momento in cui squilla il telefono, oppure mi ricordo che devo prendere un libro sulla mensola più alta, oppure succede qualche altra cosa improvvisa per cui mi alzo di botto e sbammm, torno a dare la famosa craniata.

In terzo luogo, come potrete immaginare da quanto vi ho già raccontato, in mansarda il cellulare non è che non prende, di più, si arrende e ha una crisi esistenzial-depressiva per cui, a chi chiama, dà un messaggio tipo questo: l’utente da lei cercato è fuoriuscito per sempre dalla comunità civile e adesso balla coi lupi in Sabina. Io sono sotto Xanax, quindi la smetta di chiamare e di asfissiarmi.

Quarto e ultimo: in mansarda non arriva tantissima luce naturale, cosa che per scrivere al computer magari va anche bene, ma per leggere un po’ meno. Sicché, stravolgendo un po’ l’estetica sempre minimalista e discreta di Cuoresaldo, che prevedeva delle applique invisibili al muro con luce soffusa, io ho installato svariate lampade di supporto dalla potenza di mille watt l’una e dall’aspetto un po’ chiassoso che creano un effetto complessivo più o meno uguale a quello della festa di Piedigrotta della mia città natale. Cosa che a me dà grande soddisfazione, ma a Cuoresaldo che paga la bolletta elettrica un po’ meno, credo.

Ad ogni modo, a tutte queste asperità, nell’arco dei miei (circa) sette mesi di vita qui a Macondo, mi sono abituata, e ho iniziato a frequentare la mansarda con affezione e compiacimento…

… fino a qualche giorno fa.
Quando ho sentito degli strani rumori sopra la mia testa.
Squittìì, per l’esattezza.

Per me non ci sono stati dubbi: trattasi di topi.

Ossia, gli animali che io più schifo e temo da quando, novenne, sono andata a vedere al cinema “Pirati” di Roman Polanski, film nel quale due pirati deficienti – il capitano Red e il suo aiutante Ranocchio – dopo un naufragio vengono salvati da un galeone e invece di starsi con due piedi in una scarpa pensano bene, per ottenere una razione maggiore di brodaglia, di mettere un topo (vivo) nella pentola del rancio di bordo (in modo da far schifare i marinai e farli rinunciare al rancio suddetto). Solo che, siccome sono deficienti, vengono sgamati e costretti a una punizione: dividere a metà il topo e mangiarselo davanti gli occhi del capitano e della ciurma. E Polanski ti fa vedere la scena nei minimi dettagli, con un topo gigante e orrido tipo zoccola di fogna, mica un topolino di città.
Roba da restare traumatizzati a vita.
Come infatti è successo a me.

pirati

Così, la sera stessa, quando Cuoresaldo è tornato a casa, ha trovato il tavolo del salotto (nonché nostro tavolo del desinare) invaso dalle mie carte causa mio trasferimento. E quando gli ho spiegato il motivo di tale trasferimento, lui mi ha guardato come si guarda una pazza.

– Mi stai dicendo che ci sono dei topi in casa?
– No, non in casa. Sopra.
– Ma se Ernestino si è preso due gatti apposta per cacciare tutti gli animali!

Evito di ricordargli la mia scarsa fede in questa capacità venatoria dei gatti perché l’argomento è delicato e tocca nervi ancora scoperti: per colpa della mia allergia a tali animali, lui ha dovuto sfrattare Vitellozzo e la Micia, suoi inseparabili compagni da dieci anni. Mi concentro sulla localizzazione delle bestiole incriminate.

– No, Cuoresà, non da Ernestino… e nemmeno da noi. In mezzo.
– …
– Tra il nostro soffitto e il pavimento di Ernestino.
– Impossibile.
– …perché?
– Ti dico che è impossibile.
– E allora che sono questi rumori? Vieni, senti…

Andiamo e sente.

– No, non sono dove dici tu. Dove dici tu non ci può essere nessun essere vivente.

Irrazionale sollievo da parte mia.

– …semmai sono dietro, nel muro. Questa parete dà sul muro della piazza, cioè nel centro storico di Macondo che bla bla bla

Fine dell’ascolto recettivo e fine del sollievo.

– Cuoresà, a me non importa se stanno sopra o dietro. M’importa che ci stanno. Come faccio?
– Come fai a fare che?
– Sono vicinissimi… e se bucano il muro?
– Non lo bucheranno mai.
– (LAMENTOSA) Cuoresaldo, io ho paura… tu poi non ci sei mai, se vedo un topo io… io…
– (M’INTERROMPE, CON TONO E SGUARDO DA ALARM 1) Mi stai dicendo che abbiamo un problema topi, a casa? (ALARM 2) Che io, ho un problema topi? (ALARM 3) Che devo mettermelo in testa tra le mie priorità?

Sottotesto: io, che ho già mille cazzi di lavoro, io, che vado nel Freddo Nord due volte a settimana, io, che da sette mesi non esco e non ho più una vita divertente perché sto qui a sostenerti nella scialorrea e nelle mille calamità che ti capitano, io devo pormi un problema inesistente come quello dei topi FUORI da casa nostra?

– …no, Cuoresaldo, forse hai ragione. I topi non sono un problema REALE.

Insomma ho battuto in ritirata. La serata è stata salva, e anche il nostro rapporto di coppia.

Però quelli sono sempre lì, e io adesso mi devo abituare a questa quinta asperità della mansarda, e per quanto cerchi di immaginarli come Giac e Gus (i topi di Cenerentola), o come Remy (il topo chef di Ratatouille), non è che proprio ci riesca benissimo, perché Polanski, maledetto, continua ad avere la meglio su Walt Disney e la Pixar, e i topi per me non saranno mai simpatici amichetti ma sempre orride bestiole, quindi ogni tanto resisto in mansarda e ogni tanto cedo e me ne torno giù, e stasera che Cuoresaldo non c’è, di sicuro non dormirò pensando all’invasione dei ratti.

Insomma, la morale è che bisogna stare attenti a cosa si fa vedere ai propri figli quando hanno nove anni, perché sono cose che li condizioneranno per sempre come persone e a causa delle quali potrebbero fare fatica a fare amicizia.

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3 thoughts on “Nuovi amici… o no?

  1. Mia nipote, in Austrialia, aveva i procioni infiltrati sotto il tetto e pure protetti dalle leggi del comune animalista del posto, tipo colonie di gatti inamovibili, così che il suo Cuoresaldo ha potuto opporre un placido no alla richiesta isterica di imbracciare il fucile e farli fuori rapidamente tutti. Del resto, a lui non davano fastidio… Anche lei aveva culle di neonati accanto al letto. Consola? Non credo. Però, almeno sai che al mondo c’è qualcuno che ha condiviso notti insonni, crisi coniugali e seri dubbi di essere emigrata nel posto sbagliato… La nipote è ancora, felicemente, lì, i procioni le fanno sempre schifo, ma adesso almeno ci ride. Conclusione? E’ la casa il luogo del terrore, dove si affrontano le peggiori avventure per poter mettere gli affetti al sicuro. Che ci vuole ad andarsene al Nord? Pagare le bollette è la parte che tutti preferiscono…

  2. ma chi è stato quel alienato mentale che ti ha portato a vedere questi “pirati” di quel …….di polasky?mi sembra strano che poi ti fanno impressione due topini di macondo, per giunta della macondo antica, e quindi topini di epoca,quando a quell’età, e più piccola, giocavi, ma senza istinti malvagi, con ragni dalle varie zampe, lucertole e gechi vari . si potrebbe allora arredare la mansarda con delle trappoline o trappolone che dovrebbero essere in vendita presso negozi di fiori, prodotti agricoli; altra soluzione: si potrebbe invitare qualche gatto serio e professionale a fare il suo lavoro.Estrema ratio: fornirsi di una bella scopa, una di quelle vecchie, di paglia robusta e procedere in prima persona al “topicidio”.Infine, seguendo la filosofia napoletana, vivi e lascia vivere ( falle e campà a sti topi!……)Dimenticavo………ci sono anche le aziende di disinfestazione………

  3. una cosa però è certa….che sono topi di campagna e non di città…pensa a Napoli………e quindi innocui….tuttavia sarebbe meglio che non ci fossero!!!! ovviamente per te.Pensa che io ci ho convissuta ad Agerola e positano con dei topini…….con il cagnetto però!!!Per le capate puoi comprare un casco protettivo da mettere all’occorrenza…che ne pensi?

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