La maledizione di American Hustle

american hustle 2

Tutto è cominciato alla fine dell’anno scorso, quando Cuoresaldo, sapendo dell’imminente uscita di American Hustle, dichiarò che voleva assolutamente andarlo a vedere perché secondo lui era un film veramente figo.

Così, al rientro dalle non-vacanze di Natale, abbiamo deciso di andarci, un sabato  pomeriggio. Il programma della giornata, per la precisione, prevedeva: pranzo col nostro vecchio e buon amico Principe, mostra, cinema. Tutto nella Grande Città: very metropolitan e very chic, olé.  Poi però il pranzo si è prolungato, alla mostra ci siamo intalliati, e soprattutto, uscendo dalla stessa,  ho visto un negozio per neonati che mi ha provocato un’improvvisa crisi di senso di colpa da gravida di otto mesi che nella cassettiera destinata alla creatura ha ancora le tovaglie per la sala da pranzo e neanche mezza bavaglia. Così sono entrata, ho impiegato un’ora per comprare due tutine 0 mesi che non entrerebbero neanche al figlio di Barbie figuriamoci al mio, si è fatto tardi e niente cinema.  Ci andiamo domani, dai.
L’indomani però i miei amici Vomito e Scialorrea mi hanno scatenato contro l’Armageddon, sicché niente cinema e capa nel cesso all day long. Anzi, all week long.

Allora ci abbiamo provato una seconda volta il sabato successivo: sempre nella Grande Città, ma di sera, infrangendo la Prima-Legge-della-Sopravvivenza-nelle-metropoli-italiane che dice che “di sabato sera non si esce, MAI, PER NESSUN MOTIVO, neanche se c’è il terremoto, tanto pure i punti di raccolta sicuri saranno tutti affollati”.  È stato un peccato di leggerezza: abbiamo scelto il Cinema Preferito del mio vecchio quartiere, un coso piccolo piccolo… chi vuoi che ci sarà.

Il mondo intero, ecco chi: una fila umana gigantesca che usciva dal cinema, invadeva il marciapiede e finiva nella strada ostacolando la circolazione delle auto. Saranno qui per Virzì che è uscito oggi, figurati. Col cavolo che facciamo ‘sta fila per il biglietto, mica siamo scemi. Mo’ ce ne andiamo a mangiare un bel kebab qua di fronte e poi quando sfolla veniamo, tanto Virzì comincia prima, è tutto calcolato. Così, baldanzosi e forti del nostro anticipo, Cuoresaldo ed io abbiamo cazzeggiato un’ora dentro il kebabaro, magnandoci questo mondo e quell’altro. Poi, sentendoci i più smart della città, ci siamo appropinquati al cinema, dieci minuti prima dell’inizio della nostra proiezione. Sfollato era sfollato, ma i biglietti erano esauriti. Tutti. Per tutti i film, a tutte le ore. Ed era troppo tardi per cercare un altro cinema, a meno che non volevamo ripiegare sullo spettacolo di mezzanotte (perché American Hustle inizia a orari strani e dura ‘na cifra). Praticamente eravamo usciti da Macondo di sabato sera per andare dal kebabaro davanti al benzinaio vicino alla mia ex casa. Vabbé.

Ci abbiamo riprovato una terza volta, sempre di sabato sera, sempre nella Grande Città. Ma allora siete proprio deficienti! Direte voi. No, è che tra Cuoresaldo che un par di sere a settimana sta nel Freddo Nord, e me che nelle altre sono impegnata a vomitare, Caso vuole che riusciamo a mettere il naso fuori dalle mura domestiche solo di sabato, quando strani riflessi incondizionati risalenti all’Era Geologica dell’Adolescenza ti fanno pensare che uscire sia cosa buona e giusta. Il problema è che alla violazione della Prima Legge di cui sopra, abbiamo aggiunto la violazione della Seconda e cioé: “se proprio devi uscire di sabato sera nella Grande Città perché se non lo fai muori, PRENOTA. QUALSIASI cosa tu voglia fare, anche solo un giro in macchina”. Invece noi, pazzi incoscienti, niente. Il Cinema questa volta era un multisala in un quartiere borghese (tra i più vicini venendo da Macondo) dove TUTTI gli abitanti, ma proprio TUTTI, il sabato sera si recano: non per vedere un film preciso, no, per genericamente andare al cinema. Quindi anche se pensano che American Hustle sia, tipo, un film che parla di architettura e arredamento negli Stati Uniti, il biglietto lo comprano lo stesso. Finendo, ovviamente, i posti a disposizione. Un Cinema Infernale, insomma.
Dal quale Cuoresaldo e io, per farla breve, siamo rimasti esclusi. All’addiaccio, di nuovo.

Infine, abbiamo provato la quarta volta: l’ultima, per nostra e vostra fortuna.
Se non riesce vuol dire che ‘sto film non lo dobbiamo vedere, amen.
Questa volta facciamo le cose per bene: scegliamo il martedì sera, giorno in cui il mondo intero sta a casa a vedere Ballarò, la partita (perché ormai ci sono partite tutti giorni) o anche la tv spenta; rinunciamo alla Grande Città per la Provincia e, nell’ambito della stessa, andiamo addirittura nel MULTISALA GIGAGALATTICO DEL CENTRO COMMERCIALE CON ACCESSO DAL RACCORDO ANULARE dove per finire i posti ci vuole tutta la popolazione di Pechino.
Un tabù, questo di recarmi in un cinema siffatto, che avevo infranto una sola volta nella vita, per andare a vedere Sex and the City-il film con un gruppo di sette-otto sgallettate. In quell’occasione scegliemmo un multisala di periferia per fare quelle cose che non facciamo mai (mangiare e bere durante il film) e non farci vedere da nessuno (non che mangiavamo e bevevamo, ma che avevamo scelto di vedere proprio quella cagata di film).
In questa occasione, la scelta è stata dettata da Cuoresaldo, convinto che col freddo che faceva e “le mie condizioni precarie”, io non sarei mai stata in grado di arrivare viva nella Grande Città.

E così, accettando la mia condizione di disabile, monto su Kit e, superando non pochi ostacoli – tipo: ingarrare l’uscita sul Raccordo; parcheggiare nel settore possibilmente più vicino al Multisala che al Leroy Merlin sito a 1 km di distanza; memorizzare (con foto) il piano e il settore del posto scelto per poi essere in grado di recuperare Kit; uscire dal parcheggio; uscire all’aria dall’inferno di negozi del centro commerciale dove mi sono ritrovata non so come mai; trovare l’ingresso del cinema; fare il biglietto in certe macchinette automatiche diaboliche per evitare una fila lunghissima perché il martedì stanno tutti davanti alla tv tranne quel migliaio di persone che sta in quel centro commerciale – superando tutti questi ostacoli mi ricongiungo a Cuoresaldo per, finalmente, entrare e vedere il benedetto film.

Ma.
Ci sono 35 minuti di pubblicità e trailer, prima dell’inizio del film.
Okay, dai, ce la possiamo fare. Ce la prendiamo comoda, guardiamo delle bellissime foto che ci sono in giro, vado in bagno due o tre volte. Poi, entriamo e ci accomodiamo: sedute comodissime, super ergonomiche, schermo grande, distribuzione spaziale che ci vedi anche se ti si siede Michael Jordan davanti. Figo.
Venti minuti di spot di aziende locali.
Poi i trailer. Certo, tutti di film tipo “Il segnato”, “Hansel e Gretel versione horror”, “Vampires”, “Zombies”… e io non ho mai visto “Shining” solo perché mi faceva paura la locandina, ma vabbé.

Finalmente inizia il film.
Logo della casa di produzione.
Logo della casa di distribuzione.
Poi, l’esterno di una casa.
Una musica inquietante.
Non doveva essere un film pop psichedelico ambientato negli anni Settanta?
Urla di donna tipo sgozzata.
Carrellata per le scale della casa con oggetti vari disseminati qua e là (con le urla della donna in sottofondo, sempre).
Sarà un altro trailer
Ma la faccenda continua, e mostra UNA DONNA INCINTA CHE STA PARTORENDO DA SOLA SUL LETTO PERDENDO SANGUE A FIOTTI COME SE LA STESSERO FACENDO A PEZZI E SMADONNANDO IN ARAMAICO FRASI TIPO  “MA CHE COS’E’, UN CANCRO?!”.

(Qui lo ricordo, per gli smemorati: io non solo sono pavida e non ho visto Shining, ma sono anche super incinta).

Ma questo è CARRIE!
Urla il sosia di Chucky dei Goonies seduto davanti a me mentre continua ad attingere pacifico al suo bidone da 1 kg di pop corn.

…chi t’è muort.’
Ecco cosa c’era che non andava: hanno sbagliato film.
Cioè, nel cinema più tecnologico d’Italia.
L’unica sera in cui c’ero io, che l’ultimo film “di paura” che ho visto è stato Il sesto senso e ancora vedo la signora con la vestaglia rosa e mezza faccia sgommata di sangue acquattata dietro ogni angolo della mia vita.

Ho rischiato il trauma vero.
Però mi è anche scattato un sentimento nuovo, eroico, ottocentesco: ho giurato a me stessa che, costi quel che costi, questo film lo avremmo visto.
Così, Cuoresaldo e io siamo rimasti.
Abbiamo atteso altri 30 minuti che la questione tecnica venisse risolta, mentre la sala subiva un’emorragia di gente.
Alla fine ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo visto American Hustle.

Sarebbe bello poter dire: ne valeva la pena, un film pazzesco che mi ha cambiato la vita.
Ma questa è la storia di una maledizione, mica una favoletta.

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