Forget Macondo

forget paris

 

Avete presente Forget Paris, quella commedia americana di vent’anni fa con Billy Christal e Debra Winger? Negli ultimi tempi mi torna in mente molto spesso, perché c’è un punto del film in cui m’immedesimo TANTISSIMO nella protagonista.

 


La storia è la seguente: lui (Billy) è un arbitro di basket americano che vola a Parigi per recuperare il padre, inopportunamente defunto nel vecchio continente, e riportarlo a casa, seppellendolo più propriamente in suolo yankee. Lei (Debra) è la direttrice francese della compagnia aerea che smarrisce la bara del suddetto padre e che di conseguenza offre al figlio diversi giorni di pernottamento gratis nella capitale gallica – guarda la fortuna nella sfortuna – finché il singolare oggetto smarrito non sarà ritrovato.

Segue nascita dell’ovvia love story tra i due su romantici lungosenna, ritrovamento della povera salma e trasferimento di uno dei due innamorati nel paese dell’altro per far proseguire la love story.
Indovinate chi è, nello specifico, che si trasferisce?
Lei.
No, non è questo il pezzo in cui m’immedesimo molto. Anche se…
Primo, perché lui, come già detto, fa l’arbitro di basket, e in Europa come lo trova un lavoro, che il basket non se lo caga nessuno; secondo – e più vero motivo – perché si è capito che le femmine sono più flessibili dei maschi, nelle pellicole hollywoodiane come nella vita. E infatti lei, al romantico grido di

A-ME-IMPORTA-SOLO-CHE-SPREMI-IL-DENTIFRICIO-DAL-BASSO

convola a convivenza con lui negli States, trasformandosi, da megadirettrice di compagnia aerea vestita Chanel, in commessa di un’agenzia di viaggi (tipo) in pianelle, e finendo a vivere da Parigi in una non ben identificata località della più profonda provincia americana.
Vabbé, io non ero una megadirettrice aerea in Chanel, ma che c’entra?

Segue nuova vita a due della coppia, che tanto a due non è perché il simpatico Billy trascorre tutto l’inverno in giro per la sconfinata nazione statunitense ad arbitrare partite tra titani, e la povera Debra si ritrova a passare le giornate tra il lavoro – la tipo agenzia di viaggi di cui sopra – e la casa, avendo per compagnia soltanto Figurello, il bambolotto gonfiabile che si è comprata per girare in macchina di notte senza rischiare di essere rapinata o peggio (la tranquilla provincia americana, sapete com’è).
No, neanche questo è il pezzo in cui m’immedesimo. Ma anch’io, pensandoci, farei bene a munirmi di un mio Figurello… il perché ve lo spiego poi, dopo o in un altro post, sennò perdo il filo.

E insomma, per farla breve, a un certo punto di questa sua vita solitaria, a Debra le succede questo:

https://www.youtube.com/watch?v=xQ5BwS0k_VE

Ossia (per chi non ha voglia di guardare) lei, durante una delle serate solitarie che trascorre sul divano ingurgitando tonnellate di gelato, scopre che c’è un TOPO IN CASA e allora chiama una ditta acchiappa-topi e il tizio della ditta le piazza dei fogli ricoperti di una super colla speciale tipo attack in giro per casa, assicurandole che sono il rimedio che fa al caso suo, solo che a uno di questi fogli invece del topo resta attaccato un PICCIONE e a lei viene una crisi animalista – o forse semplicemente non sa dove buttarlo, un piccione – e allora prende il piccione attaccato al foglio e lo mette in una scatola e insieme salgono in macchina per andare dal veterinario e liberare il piccione ma durante il tragitto lei prende una buca per cui il piccione con tanto di foglio colloso vola via dalla scatola e finisce dritto sui capelli di lei e chiaramente essendo tutto colloso vi si attacca ben bene (ai capelli, dico) e per il panico comincia a beccarla in faccia e lei alla fine entra dal veterinario con un piccione svolazzante appiccicato alla faccia e insomma la sera, quando lui – Billy, non il piccione – ritorna sereno e fischiettante dalla sua centesima trasferta, trova lei con la faccia sgarrupata, i capelli bagnati e tagliati male, un bidone di gelato in mano per dimenticare le sue disavventure e il mood

FANCULO -IL-DENTIFRICIO-IO-VOGLIO-TORNARE-A-PARIGI.

Ecco, è questo qui, il punto in cui m’immedesimo tantissimo.

Non perché io abbia un topo dentro casa (sennò sarei già morta, dato il mio rapporto coi topi che ho già abbondantemente raccontato qui), ma perché io ho i PICCIONI fuori, sul terrazzo-che-guarda-la-vallata.
Cosa che forse, pensandoci, è anche peggio.
Perché i piccioni, (o COLOMBI, come dicono nella Città Natale) sono praticamente topi con le ali, quindi brutti tale e quale, ma più dinamici.
E poi se Debra in casa ne aveva uno, di ospite indesiderato, io sul terrazzo ne ho svariati.

Il problema, con questi dannati animali, è che io, già prima che nascesse Pi, li schifavo dal profondo del cuore: con quelle penne grigie e spelacchiate; quel rumore bionico che fanno quando svolazzano da un punto all’altro; quel loro irritante tubare quando stanno fermi; quella loro capacità di scagazzare per terra e sulle teste dei cristiani dribblando ostacoli come tettoie, cime di alberi foltissime e quant’altro; quella loro, infine, inutilità esistenziale (perché ditemi voi nella catena alimentare chi ce l’ha, il coraggio di mangiarsi ‘sti schifosi, che pure i gatti quando e se li acciuffano li usano al massimo come trofei).

Ora che è nato Pi, però, lo schifo è diventato odio razziale perché ogni volta che vedo un piccione mi risuona in mente non solo mia mamma – il cui terzo insegnamento, dopo non accettare le caramelle da sconosciuti e non raccogliere le siringhe è stato appunto che i colombi sono sporchissimi e portano le malattie – ma anche mia zia Katrina (soprannome di zia Gemy dovuto al suo temperamento, mite come un uragano), che quando è venuta a trovarci qui a Macondo, scrutando la situazione esterna, mi ha detto in tono minacciosissimo stai attentissima che quelli sentono il profumo del latte e lo possono beccare, il bambino! E anche se so che questo monito non è proprio fondato su basi scientifiche, a me è venuta lo stesso l’ansia che i piccioni possano trovare Pi di loro gradimento, e ormai quando sto sul terrazzo con lui e li vedo planare nei nostri pressi mi comporto come Obi Wan Kenobi al cospetto di Darth Fener, solo che al posto della spada spaziale sguaino la scopa da esterni (che la pregiatissima Pippo per il nostro parquet interno m’è costata un occhio della testa e non mi pare il caso).

Bè, ma cacciali via, no?
Una parola.
La questione dell’eliminazione dei piccioni meriterebbe per me di finire nei sussidiari insieme a quella meridionale, dato che le due hanno più o meno lo stesso orizzonte di vita, cioè l’eternità.
Contro questi mostri, durante questo primo anno di soggiorno a Macondo, le ho infatti provate tutte:

  • reti per impedire l’ingresso nei loro luoghi di sosta preferiti, ma loro se ne son trovati altri, impossibili da “retizzare” (perché il terrazzo che guarda la vallata è vasto e, ovviamente, a cielo aperto, mica un balconcino che impacchetti e chi s’è visto s’è visto);
  • dissuasori (quei pezzi di legno con degli spilloni di ferro conficcati sopra, di cui un anno fa neanche avrei immaginato l’esistenza), ma a loro hanno fatto il solletico;
  • cd e nastri d’argento che il riflesso e il rumore gli dà fastidio ma quando mai, anzi, per poco non li usano per pigliare l’abbronzatura e ci aprono le sdraio, lì vicino, e intanto il mio terrazzo così addobbato pare il mercato della Pignasecca nella Grande Città.

Alla fine ho provato anche con un FALCO (finto, naturalmente), che secondo Internet doveva essere il RIMEDIO DEFINITIVO contro gli orridi volatili in quanto, non riconoscendolo come finto, ne sarebbero stati TERRORIZZATI. Risultato?
A parte che per trovarlo, sto benedetto falco finto, c’è voluta la mano di Dio (ho dovuto accompagnare Cuoresaldo in mezzo a una specie di foresta dove si trova un bazar in cui vendono cose bizzarre come i torchi per l’uva), ma poi i miei piccioni sotto di lui CI HANNO FATTO IL NIDO.
Veramente, giuro.

Insomma alla fine, proprio come Debra, anch’io ho dovuto chiamare una ditta in mio soccorso, anzi, ne ho chiamate diverse, per avere più preventivi. E ho trascorso svariate mattinate a parlare, oltre che delle proprietà aberranti del guano (che poi sarebbero gli escrementi dei piccioni, come ho imparato), di ultrasuoni, raggi fotonici e altre armi di distruzione di massa costosissime che comunque, come mi ha confessato uno dei tecnici addetti ai preventivi in un evidente slancio di onestà, non è per niente sicuro che diano risultati. Ah, bé, allora li spendo volentieri 3000 euro.

Insomma, durante l’ultimo colloquio stavo quasi per scoppiare in lacrime dalla disperazione quando lo stesso tecnico di cui sopra mi fa, con tono cospiratorio

– Signora, lo volete sapere il vero segreto per mandarli via, pure gratis? (nel ricordo il tecnico è divenuto mio conterraneo)

– Il mio regno per il vostro segreto, altro che gratis. Vi prego, parlate.

– Andate in un negozio di giocattoli…

– Eh (Attesa speranzosissima).

– …comprate una pistola ad aria compressa…

– Eh (meno speranzosa)

– Poi vi mettete qua (indica punto strategico del terrazzo-che-guarda-la-vallata), e gli sparate addosso.

MIA PAUSA DI SBIGOTTIMENTO.

CI RAGIONO E…

– Ma i cadaveri, poi, chi li rimuove? (l’istinto assassino che si è impadronito di me per un attimo)

– Ma quali cadaveri, signò! Quelli mica muoiono. Coi gommini si fanno male e si spaventano, e poi se ne vanno. (spiegando) Quelli che vedete sono sempre gli stessi, sono una famiglia, e se imparano che non ci devono venire più, è fatta.

– E se poi viene un’altra famiglia?

– Voi sparate un’altra volta. Subito, però, così non si insediano.

– …

– Fidatevi. Vi divertite pure.

 

E insomma eccola qui, la soluzione. Economica e divertente.

Peccato che io abbia questo piccolissimo problema: che se miro a destra, sul tetto dove ci sono i piccioni, è capace che prendo Miss Marple, che mi abita di fronte a sinistra.

E lei, come vi raccontavo, è l’unica vicina decente che m’è rimasta.

 

TITOLI DI CODA

Gli animali nominati in questo post (purtroppo) non sono stati maltrattati, solo il falco finto ha fatto una brutta fine, questa

falco

ma non per colpa mia, che lo avevo magnanimamente lasciato appeso, bensì per colpa dei temporali tropicali di Macondo.

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4 thoughts on “Forget Macondo

  1. GRANDE!!!!!! prova le girandole tutte colorate e piazzale sul balcone .a Napoli funzionano!!!!Illa pistola ad aria compressa mi piace! si si mi piace!!!!

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