Il primo compleanno (no, non quello di Pi)

Esattamente un anno fa, il primo post. Il regalo che Lifeonmacondo fa a chi lo ha seguito e gli ha voluto bene in questo primo anno discontinuo e dilettantesco, è, ovviamente, una storia.

La storia di un bambino, di un uomo coraggioso, della città più bella e dannata che esista sulla terra e di una grande scoperta.

Non fatevi ingannare dall’inizio: si parte da Macondo e dai suoi personaggi, ma il finale riguarda chiunque.

imagesl bambino si chiamava Pi, e la mamma non sapeva se battezzarlo oppure no.

La religione, infatti, divide gli italiani in tre categorie: chi crede convintamente e pratica, chi non crede e non pratica altrettanto convintamente, e… tutti gli altri. Ossia quelli che credono e non praticano, non credono ma non del tutto, non si pongono la domanda, credono a giorni alterni eccetera eccetera eccetera. Questa terza categoria di persone, dentro la quale si annida la maggioranza indecisa, ignava, fraccomoda o irrisolta che sia della popolazione, davanti al battesimo si trova sempre a tentennare. Per i più fortunati il tentennio dura lo spazio di un picosecondo: non vado a messa e non prego ma il battesimo è il battesimo… oggi non credo ma domani sì quindi fisso la chiesa per domani… non credo ma non voglio dare un dispiacere ai nonni… non ci credo ma non voglio che si senta diverso da tutti gli altri bambini e si ritrovi escluso da qualche iniziativa..  eccetera. I più sfortunati, invece, sono i dubbiosi radicali, quelli che una posizione proprio non riescono ad assumerla.

La mamma di Pi, inutile dirlo, era fra questi.
Da una parte c’era l’educazione e i ricordi di un’infanzia serena: la Messa la domenica tutti e quattro insieme, coi mignòn che si compravano tornando a casa; l’amata Nonna G, con le sue dita nodose e la sua fede silenziosa, fatta di rosari nascosti in tasca e messe la mattina all’alba; i testamenti (tutti e due) per ragazzi con tutte quelle storie avventurose; Santa Chiara e il sollievo che dà sedersi in quel silenzio e, in generale, la pace e il riposo che danno panche di legno, penombra e odore di incenso.
Dall’altra, c’era tutto il resto: la crisi dell’adolescenza e il rifiuto della cresima, il sesso e l’anticlericalismo della gioventù, la sinistra, l’università, la razionalità, la laicità, gli orridi politici del Family Day. E, soprattutto, la non fede e la ferma convinzione che, più che in un Dio, sarebbe bello poter credere nell’uomo.

Battesimo si o battesimo no? La mamma di Pi proprio non sapeva che fare.

Poiché, però, il padre di Pi era dell’opinione che male non può fare, la nonna di Pi minacciava di darsi fuoco se avesse vinto il no, e la zia d’Oltralpe di Pi aveva lanciato l’idea di un battesimo comune con Gamberetto per poter dare una grande festa di famiglia, la decisione fu presa: Pi sarebbe stato battezzato.

Il rito sarebbe avvenuto nella Città Natale e l’organizzazione sarebbe stata tutta a carico di Nonna Dori e dello Gnomo Operoso.

Il diavolo, però, tiene le corna (per restare in tema), e così, a una settimana dalla data stabilita per l’evento, con i parenti pronti a calare da ogni parte d’Italia e d’Europa, non si aveva né un prete né una chiesa.

Solo l’intervento di Santa Jo Talebana permise di non mandare all’aria tutta la faccenda.

Il battesimo si tenne –  violo le regole di questo blog e faccio i nomi veri di luoghi e persone per motivi che capirete – nella basilica di Santa Maria della Sanità, nel cuore di Napoli. Il prete fu il parroco della basilica, padre Antonio Loffredo.

Quello che accadde, di preciso, in quei dieci minuti, io non so dirvelo esattamente. Posso dirvi che la chiesa era grande, ma Antonio radunò tutti come se fossero attorno al fuoco di un tinello; che furono dette tutte le formule di rito, ma neanche per un secondo la retorica coprì la sostanza di una festa d’ingresso alla vita; che ci furono candele portate da bambini e occhi lucidi di commozione.

E allora ecco qual è, la grande scoperta:

che nel cuore di Napoli, al centro della sua bellezza e della sua dannazione, dentro un quartiere noto alle cronache per i delinquenti che si sparano tra loro e i poliziotti che vengono aggrediti quando fermano un motorino, ebbene, in questo cuore, esiste il Futuro Migliore in cui tutti speriamo.

E questo Futuro, è Antonio coi suoi ragazzi.

Antonio che crede che il riscatto di Napoli passi per la sua Bellezza, la sua Arte e la sua Gente, che insegna ai ragazzi a non aspettare l’elemosina e i miracoli ma a rimboccarsi le maniche e sfruttare quello che hanno intorno per  costruirsi una vita.

Antonio che ha raccolto svariati milioni di euro, ha radunato i suoi ragazzi in cooperative e, insieme a loro, ha recuperato le meravigliose catacombe sotto la sua chiesa, una cappella del Seicento, ex case canoniche vincolate, giardini, chiostri, una piazza coperta del quartiere e altri spazi meravigliosi del rione.

Antonio e i suoi ragazzi che, dentro alcuni di questi spazi riqualificati, hanno creato uno studio di registrazione, una casa di accoglienza per mamme e bambini (la Casa dei cristallini), un laboratorio artigianale in cui si lavora il ferro (Iron Angels), un bed and breakfast (la Casa del Monacone), un laboratorio teatrale, uno spazio attrezzato per il doposcuola e anche un’orchestra di bambini, la Sanità Ensemble, e con tutto questo danno lavoro a quaranta persone e anche di più.

Antonio che ha aperto le porte della sua chiesa a Pi e alla sua famiglia senza chiedere né documenti né nulla osta né niente perché nella sua chiesa non servono carte.

Antonio che ha restituito alla mamma di Pi la Fede per lei più importante: quella nell’uomo.

Comprate il libro di Antonio e i suoi ragazzi, andate a visitare la loro chiesa e il loro rione, partecipate anche voi a questa rinascita (attraverso questa fondazione qui),  andate a Napoli e ricordatevi: Napoli non è solo Gomorra.
(Però comunque, per piacere, lasciate a casa i rolex).

libro sanità

 

Buon Primo Compleanno a tutti voi, cari lettori!

 

p.s. questo post è dedicato a Jo, non solo perché da lei viene la grande scoperta di cui ho parlato qui ma perché ha vissuto con me tutte le altri grandi scoperte della mia vita e da circa ventisetteanni, senza prendersi un giorno di ferie, c’è.

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