La guerra dei mondi

Natale è un po’ come Sanremo, divide le persone in due categorie: i pro e i contro. I pro sono quelli che da fine novembre cominciano a essere pervasi da una strana euforia; quelli che considerano l’albero, il presepe e in generale ogni usanza natalizia, di qualsivoglia natura, come un impegno da onorare a costo della vita; quelli che possono essere pure più solitari di Soldini (Giovanni) ma dal 20 dicembre in poi fanno  gli auguri compulsivamente a tutti, anche a chi detestano dai tempi dell’asilo. I secondi sono quelli che con il tipo che detestano dall’asilo sarebbero disposti financo a emigrare in Kamchatka, pur di non trascorrere un’ennesima vigilia in famiglia; quelli che, appena vedono un decoro natalizio o un parente di qualsivoglia grado hanno voglia di imbracciare un kalashnikov e radere al suolo il pianeta; quelli che Babbo Natale se lo incontrano lo gonfiano di mazzate solo per sentirsi meglio e da fine novembre al nuovo anno si sentono depressi o cattivissimi. kamchakta_03 Anche se pensate di non essere né l’una né l’altra cosa sappiate che non  vero:  la neutralità nei confronti del Natale è un’illusione, nasconde sempre nelle viscere un fondo di tenerezza o, al contrario, di rancore e fastidio. Fosse solo l’eredità di infanzie felici o penose.

Per quanto mi riguarda, come si può dedurre dal post dell’anno scorso, io appartengo decisamente alla prima categoria: appena subodoro dicembre, qualunque siano le condizioni esterne e interiori, anzi a volte a dispetto di esse, entro in un mood di natalite acuta e faccio cose che in altri periodi dell’anno neanche con la pistola puntata alla tempia. Tipo, ad esempio, cucinare gli struffoli: quel dolce napoletano fatto di milioni di pallini che non solo devi preparare, ma devi anche friggere, a gruppi più o meno di venti alla volta, per un totale di seicentocinquanta ore da trascorrere in cucina. (Ricordo che io non sono certo come la mia amica Super B, che per colazione si fa il muesli coll’avena “mietuta” da lei stessa, bensì una che, se non fosse vietato dalle leggi della convivenza mondiale, vivrebbe serenamente di croccole e altre amenità pronte in 7 minuti). IMG_4640 Questa mia predisposizione per il Natale, già di per sé singolare se si considera la famiglia napoletana atipica da cui provengo  (quella che considera la cucina una stanza molto più che un’arte; quella che conta quattro gatti invece che quattrocento e dunque non ha questa grande propensione per le feste; quella che ha una segreta, incoscia eppure tenace avversione per le tradizioni; quella che, insomma, ‘sto dicembre mi pare mill’anni che non passa), dicevo, questa mia attitudine diventa addirittura inspiegabile se si considera che, nella mia storia personale e soprattutto sentimentale, dicembre non è mai stato un mese fortunato. Anzi, a dirla proprio tutta, mi ha sempre portato un bel po’ di sfiga.

Tanto per cominciare, il 5 dicembre del 1994 fui lasciata dal mio primo grande amore. Non solo: il fattaccio avvenne con  l’argomentazione più brutta che abbia mai sentito e cioé io e te stiamo benissimo, insieme, potremmo anche continuare fino a sposarci però io tengo 21 anni e devo sbareare (lascio a voi la libera traduzione del termine dialettale). Una motivazione talmente spoetizzante da togliere l’unico piacere che esiste nel dolore d’amore, e cioé quello di sguazzarci dentro alla Anna Karenina. Infatti, a seguire, io non mi buttai sotto un treno ma dissi solo …ah, okay. (PAUSA DI IMBARAZZO). Vuoi del té?  (Eravamo pur sempre a casa mia, e la mia educazione prevede di offrire qualcosa a chi venga in visita, fosse anche un terrorista dell’Isis).

A distanza di dieci anni, riprendendo il filo, venni lasciata da un altro tizio: non certo un grande amore ma comunque pur sempre una simpatia. Lui, di argomentazioni, non ne offrì proprio. Disse solo dei gran “non so” , per molte settimane, fino all’ultimo, sulla soglia di casa sua, mentre andavo via per sempre, tra le lacrime (sempre sue).  Cosa ti piangi, cretino, che mi stai lasciando tu?  In confronto, ripensandoci bene, il primo tizio era stato proprio un gigante.

Per la cronaca e per un rigurgito di vanità ci tengo a dire che entrambi i tizi tornarono sui propri passi e che comunque, in mezzo, ci sono stati anche tizi lasciati da me e infine, soprattutto, che tutti noi, come dice Paola Jacobbi,  nota filosofa da Nobel, “abbiamo alle spalle imbarazzanti accoppiamenti inconsapevoli”. 

Saltando qualche tappa ed evenienza qui e lì, arriviamo al dicembre di quest’anno, che per me e Cuoresaldo non è iniziato gran bene, e peggio sta continuando: gli strascichi di cui vi parlavo qui ancora strascicano, e al momento non hanno grandi prospettive di migliorare considerando che dovremo affrontare questioncelle sulle  quali da millenni si spaccano matrimoni, tipo dove passare il Natale, con chi, per quanto tempo eccetera.  Il fatto è che dietro domande apparentemente innocue tipo città tua o mia? Parenti tuoi o miei? Casa nostra o di altri? Italia o estero? si nascondono filosofie esistenziali, visioni politiche, codici morali e financo l’irrisolto dilemma che assilla da millenni l’umanità eterosessuale e cioé

uomini e donne possono davvero comunicare o ci sono dei limiti fisiologici organici oggettivi che impediscono la comprensione reciproca, come succede tra, che ne so, coleotteri e rinoceronti?

Ecco, il fatto strano è questo: che io, prima di avere Pi, ero fermamente convinta che sì, possono. A dispetto dei lascianti, dei lasciati e degli accoppiamenti imbarazzanti, dei mille Natali che sì, ti amo tantissimo ma ci vediamo il 26, senza rancore, e prima me ne sto bel bella con la mia famiglia. Invece ora, ora che ho avuto Pi (che tra l’altro è maschio) e che, dunque, si presuppone che abbia una certa fiducia nei maschi visto che mi ci sono incrociata per riprodurmi… ecco, bé, ora non ne sono più così convinta e penso, invece, che certe volte parliamo proprio due lingue diverse, e non esiste interprete che le conosca entrambe, e allora forse non c’è soluzione, tra di noi sarà sempre come a Risiko, la pace non è proprio contemplata, c’è solo da armarsi ogni volta e sperare di non avere la Kamchatka…ché si sa, vince sempre chi “le” dichiara guerra.

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