Test di autovalutazione

Esistono dei momenti, nella vita, cui ogni donna che si sente Giovane-e- Rock’n’roll-inside dovrebbe prestare attenzione. Momenti che paiono insignificanti e invece sono passi pericolosi verso il Baratro, la fine ingloriosa che una donna Giovane-e-R’n’R-inside non vorrebbe mai fare, ossia…

…la fine della Sciura.

 In che senso, sciura? Che vuol dire?
Te lo spiego a voce, mammì. Oppure continua a leggere, che secondo me capisci.

Malauguratamente io, quei gradini, da quando vivo a Macondo, credo di averli scesi tutti. Anzi, non credo: ne ho proprio la certezza.

In attesa di risalire la china, e mossa da uno spirito umanitario, elencherò a beneficio pubblico questi step, in modo che chiunque possa capire, se vuole, il proprio posizionamento sull’asse valoriale

MADONNA —————————– SORA CICCONE

ed eventualmente possa regolarsi di conseguenza, prendendo i dovuti provvedimenti per evitare la brutta fine di cui sopra. we-can-do-it-FNM-791x1024N.d.r. Tutti i passi elencati hanno a che fare con il contesto “spesa” e, più specificamente, con il “supermercato” poiché, secondo rilevazioni scientifiche, è questo l’habitat in cui più facilmente si manifesta il fenomeno oggetto della presente trattazione.

  1. La tessera. Farsi la tessera di un supermercato (o meglio, di una catena di supermercati) è la prima tappa nella discesa agli Inferi della Sciuraggine. Non perderla e addirittura portarsela appresso e “farla passare” in cassa per farsi accreditare i punti (o per godere delle promozioni) sono la seconda e la terza tappa, ma per brevità di catalogazione considereremo le tre tappe un unicum. Ma quando ma, io la tessera ce l’ho, anzi ce ne ho più d’una perché vado in più supermercati, ma non sono affatto sciura, lavoro, giro il mondo, esco, mi diverto… Sì, ma pensaci bene: quando avevi vent’anni ce l’avevi, nel tuo bel portafogli comprato all’estero in quella magica vacanza, la tessera del supermercato? Io no. Avevo centinaia di tessere di locali notturni e teatri, quella della biblioteca, quella dell’ADISU (la mensa dell’università), quella del Fu Blockbuster , di Videobuco e di Videoelite, di Feltrinelli e della libreria sotto casa… ma del supermercato niente, zero, nisba.
  1. La fidelizzazione. Servirsi con costanza e frequenza “da” un supermercato in particolare, di quella catena di cui hai la tessera, è un altro passo verso il Baratro. Vabbé, ma io vado da quello perché mi è di strada, dopo il lavoro, dieci minuti e compro il vino e il formaggio da offrire a quel bel tipo che mi viene a trovare, altro che sciura, chiamatemi Black Dahlia… Sì, certo. Ma intanto, stai sviluppando un’abitudine. E abitudine = no rock’n’roll. Sappilo.
  1. La socializzazione. A furia di andare nello stesso supermercato finirai per riconoscere e farti riconoscere dai commessi. Si comincia con un sorriso vagamente meno alienato della serie ti ho già vista ma non so proprio chi sei (pensiero del commesso/banconista), si passa per i consigli (sempre del commesso/banconista) su come cucinare il pesce questa volta, e si finisce alle chiacchiere (di entrambi, commesso/banconista e tu) sull’attualità e le rispettive famiglie, come i vecchi amici al bar. Anzi, come i vecchi e basta.
  1. La competenza. È quando, per esempio, sai in che giorno fanno le consegne e quindi c’è più rifornimento della tale merce (tipo la frutta e la verdura fresche). Oppure quando aspetti di comprare il caffè preferito perché sai che di lì a poco lo metteranno in promozione. Oppure, addirittura, ti ricordi il giorno in cui inizia la suddetta promozione e ti rechi ad eseguire l’acquisto proprio in quel giorno.
  1. I bollini. Un tempo alla cassa manco me lo chiedevano, se li facevo. Li davano direttamente alla signora che veniva dietro, io ero troppo ggggiovane e scialla. Poi hanno cominciato a chiedermelo, ed ero io, con sorriso tra il magnanimo e lo sprezzante, a dire di darli alla signora dietro. Poi ho cominciato a rispondere, un po’ a caso: ma sì, va, proviamo, perché no? Il punto di non ritorno, non l’avessi mai fatto, sventurata me. All’inizio li tenevo solo a ingolfare il portafogli, e finivano dappertutto: sui vestiti, sulle borse, sulle sciarpe…(perché i bollini sono adesivi, sono fatti per essere appiccicati su una scheda). Allora ho addirittura deciso di prendere, appunto, l’apposita scheda. E non ho riempito solo la prima parte, quella in cui, per dire, appiccichi dieci bollini e devi aggiungere quarantanoveeuroenovanta per avere il piatto di Richard Ginori, no. Io sono arrivata all’ultimo bollino dell’ultima pagina, il piatto l’ho preso con, tipo, cento bollini e solo un euro in aggiunta. Ecco, quello è stato il piede nella fossa. Il primo.
  1. Le sportine, eufemisticamente dette “bag” riutilizzabili. Sarebbero le buste di nylon resistente (?) prodotte dallo stesso supermercato di cui ormai sei cliente, di solito in quei colori sobri tipo viola acceso, fuxia, verde acido, giallo… Sono le buste entrate in vigore quando, bandita la plastica dal pianeta supermercati, hanno cominciato a circolare le inutili buste di soja, o almeno di tale materia sembra fatta quella simil-plastica che si strappa nel momento stesso in cui carichi la prima arancia e serve solo a farti arrivare a casa che puzzi come se venissi dal take away giappo-cinese. Ecco, quando compri quelle e ti ricordi di portartele appresso nel supermercato ogni volta che fai la spesa… allora è fatta, è il secondo piede nella fossa, cioè quello definitivo. Ed è inutile che mi diciate che non è vero, che si tratta di un comportamento ecologico, perché per me non è così: quella bag, portata dietro vuota e utilizzata come da manuale, è l’equivalente del carrello delle vecchiette, che non entra in questo elenco solo perché lì siamo oltre la Sciuraggine, si cambia proprio categoria. Da Sciura, cioé, a Granny…

che però, magari, è molto più Rock’n’roll di quel che penso.

granny-turismo

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