Non solo coworking

Quando mi sono trasferita a Macondo lasciando la casa dove avevo vissuto per dodici anni, ho preso in affitto nella Grande Città un piccolo studiolo: una stanza in un ufficio d’altri nel Quartiere del Cavallo di Ferro, il più strategico logisticamente per le mie faccende d’affari (affari è un filo altisonante per i miei volumi ma vabbé). La motivazione ufficiale di questa iniziativa era dunque professionale (fare riunioni e scrivere); quella profonda era, come tutte le motivazioni profonde, chiaramente psicologica (attutiamo ‘sto trauma del distacco, va).

Come tutte le cose che servono a curare l’anima (dalla psicanalisi allo shopping passando per il fitness e il viaggio in India a ritrovar se stessi), l’iniziativa si rivelò assolutamente antieconomica.

Di fare riunioni lì non c’era alcuna reale necessità: per lavorare coi colleghi potevo sempre andare io da loro visto che, a differenza di me, avevano ancora una casa in città; quanto alle Riunioni con la r maiuscola, ossia quelle coi produttori e coi network, la legge della giungla audiovisiva vuole che ci si veda sempre nell’ufficio del più forte, quindi mai dallo sceneggiatore.
Anche per scrivere cominciai a usare lo studiolo sempre meno perché, come aveva ben previsto la Maestra Yoda, neanche avevo il tempo di calarmi nel brodo creativo che già dovevo tornarmene a casa… Come forse sapete, infatti, gli sceneggiatori sono campioni olimpionici di gingillamento: ci mettono ore, per entrare in modalità produttiva, per cui se a queste ore ci aggiungi pure il tempo di toglierti il pigiama, la tuta o qualsiasi altro raccapricciante indumento che indossi nel segreto di casa tua; il tempo di uscire; percorrere 25 chilometri in macchina su una statale perennemente intasata; cercare parcheggio e andare a rottamare l’auto perché non lo hai trovato… Ecco che per lavorare ti restano solo dodici secondi netti.
Riunioni poco, dunque, scrivere ancora meno… ma gli euro al mese erano sempre gli stessi: 400.
Tanti.
Troppi.

Così, dopo aver scritto insieme a due amici il soggetto di una commedia… – BREAK PUBBLICITARIO per produttori: la commedia è ovviamente divertentissima – dicevo, dopo aver scritto questa commedia divertentissima, quantomeno per avere le prove che, un po’, lo studiolo era stato sfruttato, decisi di mollarlo e destinare la quota dell’affitto alla voce di spesa “baby sitter”, che necessitava in modo molto più reale di foraggiamento visto che nel frattempo era nato Pi.

Quando ormai, di questi tempi, avevo rinunciato definitivamente all’idea di avere un appoggio in città, ecco che mi si presenta una nuova occasione. Le cose ti arrivano sempre quando smetti di volerle, direbbe la posta del cuore di una Natalia qualsiasi (non la Aspesi, perché lei quando risponde si preoccupa solo di dire che tanto l’ha capito che la storia del mittente è falsa, e pure la sua identità, pappappero).
Ad ogni modo, che avessi realmente smesso di volerla oppure no, io l’occasione l’ho presa. Al volo.

E così, da circa una settimana, sono affittuaria insieme a dieci colleghi sceneggiatori di un bellissimo COWORKING di scrittori, per la modica cifra di 50 euro al mese (altro che 400).

Come sono arrivata a questo è presto detto: perché faccio parte di un… ATTENZIONE ATTENZIONE PERICOLO ZOMBIE COMUNISTI…sindacato. (Questo, per la precisione).

È stato il nostro sindacato, a metterci insieme, a trovarci l’appartamento, a fare da garante, a mettere la piccola quota che ci impediva di arrivare al totale.
Noi undici abbiamo solo espresso il nostro interesse per un coworking e comunicato le nostre possibilità economiche e le nostre esigenze di utilizzo (ognuno le sue, e infatti rate dell’affitto e tempi di utilizzo variano per ciascuno di noi).
Il Presidente e la Tesoriera, che poi è la Maestra Yoda, si sono sbattuti per sbrigare tutte le faccende burocratiche: prendere gli accordi con la proprietaria di casa, fissare delle regole, firmare il contratto.
E dopo la firma, se ne potevano stare belli belli a casa loro e invece sono andati da Ikea, uno per la spedizione esplorativa e l’altra per l’accaparramento vero e proprio degli arredi (delle scrivanie e delle sedie assai carucce tra l’altro).
E poi la Tesoriera si è messa, lei, con le sue mani, a pulire l’appartamento la domenica prima del lunedì d’apertura. E ha portato utensili e altre cose che potevano servire.
E poi qualcuno ci è andato e ha portato due lampade da scrivania.
E poi c’è andato un altro e ha portato un paio di ciabatte (elettriche, eh, non le ciocie).
Un altro ancora il caffè, il tè, lo zucchero, qualche biscotto.
E insomma piano piano ognuno sta portando il suo piccolo contributo.

Perché il sindacato di cui vi parlo non è un dinosauro burocratico succhiasoldi che conta milioni di iscritti pensionati forse anche morti chissà. No, siamo noi. Noi undici del coworking, la Tesoriera, il Presidente e altri 150, più o meno, sceneggiatori.  Vivi e vegeti. E più o meno ci conosciamo tutti, almeno di vista o per mail o per social network. Ci siamo messi insieme tre anni fa, non prendiamo soldi da nessuno, e manco chiediamo di essere piazzati in qualche ruolo direttivo pubblico, pensate un po’.

E insomma magari voi noi, ma io tutta questa storia la trovo abbastanza commovente.

Mica solo per me, eh. Per la lingua italiana. Sì, sì, perché alcuni, deturpando i referenti (che sarebbero gli oggetti reali, secondo de Saussure), finiscono per deturpare anche i significati. Altri ne approfittano, e deturpano i significanti, le parole. Le usano con delle connotazioni negative, per farle odiare e farle morire. Le parole e, con esse, le cose. E a volte non è giusto.

Sindacato, ad esempio, è una parola bellissima: viene dal greco, e unisce le parole “insieme” e “giustizia”.

Mi piace ricordarlo, in questi tempi in cui governanti, politici, giornalisti e sindacalisti stessi ci hanno costretto a pensare che sia una parolaccia. Non lo è: ri-sappiatelo, e spargete la voce.

Evviva l’unione che fa la forza, ma solo quando sta dalla parte della giustizia.

(E mo’ speriamo che non mi legga il mio compagno di università Franciscu, oggi professore di semiotica, perché sicuro qualche strafalcione l’ho detto).

 

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