8 marzo

Che poi mica solo oggi. Sono mesi, che si parla di noi, con tutta quella cagnara che hanno fatto, a sproposito, sul ddl Cirinnà.  Di noi e del nostro utero. Questo benedetto utero che per secoli è stato schifato come il più malefico degli organi, responsabile di isterismi (appunto!) e punti deboli vari, e che negli ultimi tempi, invece, è sotto le luci della ribalta un giorno sì e l’altro pure, manco fosse Di Caprio. Re dei talk show. Protagonista di appelli accorati e petizioni. Responsabile di uno scisma epocale tra chi pensa che sia giusto poterlo prestare ad altri e chi no.

Tutti a parlare di questa maternità surrogata – che poi, come dice bene Michela Murgia, sarebbe meglio chiamare gravidanza surrogata – quando qui, nel medioevo della nostra Italia, non abbiamo ancora risolto il problema della maternità e basta. La maternità che crea scismi peggio della surrogacy. Scismi fratricidi anzi, “sorellicidi”, perché spacca persino noi donne, dividendoci al nostro interno in due grandi fazioni nemiche:

le Mamme VS le Non Mamme.

Noooooo ma che stai a dì io non ho figli e c’ho un sacco di amiche mamme! Io sono mamma e c’ho un sacco di amiche non mamme! andiamo un sacco d’accordo! Ci compensiamo! ci adoriamo! Ci santifichiamo!

Balle.
Balle, sì, perché invece le due fazioni esistono eccome. Magari fanno finta di no ma esistono e si guardano con attenzione, sospetto, invidia, ostilità, rancore e chi più ne ha più ne metta.

Eddai, sù, ammettiamolo. Non siamo affatto risolte con questa faccenda.

Da non mamme, ce l’abbiamo con le mamme che rompono i coglioni parlando solo o troppo spesso di figli, baby sitter, scuola, cacche e compagnia. Facciamo ola virtuali sui social network per plaudere ai divieti di accesso ai mocciosi stabiliti da alcuni locali. Postiamo e condividiamo centodue volte articoli come questo in cui la Aspesi di turno rivendica il diritto delle donne a non fare figli e la felicità di una vita libera, festeggia la fine dell’equazione tra donna e mamma, inneggia alla realizzazione professionale, all’amicizia, alla vita mondana eccetera eccetera. Twittiamo sagaci battute dal treno sul bambino teppistello vicino di posto di turno e la sua mamma permissiva o deficiente. Coviamo rancore perché la nostra amica del cuore non se ne frega niente di ascoltare la settantaquattresima schermaglia con il moroso in carica, e invece vuole parlarci nei dettagli della settantaquattresima bronchite che si è preso Marietto. Eccetera eccetera.

Da mamme, invece, ci sentiamo abbandonate e incomprese. Guardiamo le non mamme come si guarda la gioventù: con nostalgia, una punta di invidia, una spolverata di rancore per le visite mancate  e quel pizzico di supponenza da “io ne so più di te” che da non mamme ci manda fuori dai gangheri. Oppure, in altri casi, ci sentiamo in colpa. Come se avessimo tradito le nostre amiche non mamme, a passare dall’altro lato. E allora facciamo di tutto per farlo dimenticare, questo passaggio. Nascondiamo le pance sotto jeans da rockettara per i quali saremo grate a vita a Zara e H&M, ci scoliamo spritz o fumiamo sigarette come non ci fosse un domani, facciamo le ciniche, le tabagiste, le alcolizzate, le sportive. Presenziamo agli eventi più insulsi pur di far dimenticare che abbiamo prole a carico.

Su entrambi i fronti, spesso, ufficialmente invidiamo le nemiche, ufficiosamente costruiamo imponenti argomentazioni interiori che perorino il nostro stato e il nostro stile di vita prima di tutto davanti al tribunale di noi stesse .

Ci giustifichiamo, tendenzialmente. Di essere quello che siamo. Mamme, o non mamme.

Invece dovremmo abbattere la barricata e imparare a fare branco, come i maschi fanno da sempre.
Volerci più bene, perché essere donne è ancora parecchio difficile.

Mamme o non mamme che sia.

suffragette-poster

 

 

 

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2 thoughts on “8 marzo

  1. Ciao Life on Macondo,
    ho scoperto il tuo blog per caso (o forse per disperazione) in una notte in cui mi ero convinta che mi fosse venuta la scialorrea. Devo stranamente ringraziare questa parolina magica che, non so per quale arcano algoritmo di google, mi ha “sputato” (letteralmente) fuori nei risultati la tua pagina. Trovandomi al momento nella non-sempre-piacevolissima situazione di gravitudine per la prima volta, non hai idea del sollievo che mi ha dato trovare il modo di riderci un po’ su. No perché di cuoricini e cuccioli e amore e sopportazione e sacrificio e dai non la fare lunga e hai voluto la bicicletta ora pedali etc.etc. cominciavo a non poterne più. Forum di gente che pare disposta a passare le pene dell’inferno senza battere ciglio purché il “cucciolo” o il “fagiolino” stia bene (sì, per carità, però lasciatemi anche dire cheppalle) non hanno fatto che alimentare inizialmente un senso di colpa per non essere proprio al settimo cielo (nessuno mi aveva detto che la felicità per una notizia del genere non è viatico infinito quando passi le giornate sul divano nauseata dal mondo intero – sei felice, ok, però ripeto, cheppalle). Ora quegli stessi forum, che non so per quale strana forma di masochismo ogni tanto continuo a consultare, mi fanno sostanzialmente solo incazzare. Per questo mi sento di doverti ringraziare ancora un’altra volta per il supporto che del tutto involontariamente (o forse no) e fortuitamente mi hai fornito usando l’unica arma utile per non farsi prendere da una crisi isterica o, peggio ancora, finire per trasformarsi in un’ascetica/talebana mumTobe.

    Btw, nonostante sia cresciuta con il mito di uno che ha poi chiamato la figlia “Bean” di secondo nome, pure io mi rifiuto di utilizzare nomignoli ricavati da ortaggi vari per la figliola. Quando ancora non sapevamo cos’era, e l’unica evidenza era una testa di considerevoli dimensioni attaccata a un corpicino vagamente ranocchiesco, si chiamava Crapinus, poi trasformato nel femminile Crapina (sperando che, ecco, quella chiorbetta lì rimanga nelle giuste auspicabili misure).

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