Civis Romanus (non) sum

Ieri sera, mentre nella Grande Città era ancora in corso la competizione per eleggere quella che poi si è scoperto essere la nuova Prima Cittadina, Oltralpe, e precisamente nella città dove vive Mio Fratello, si disputava un’altra competizione, ossia una partita X degli Europei di calcio (una qualificazione? un quarto di finale? mezzo chilo? chi può dirlo…) .

Non senza un certo stupore apprendevo tramite messaggio su uozzzàpp che a tale partita si era recato anche il suddetto Fratello, il quale di calcio s’interessa solitamente anche meno di me (da qui lo stupore).

Ma lo stupore maggiore veniva dal video che il parente mi spediva dallo stadio gallico.

Un video girato, ovviamente tra gli spalti, all’inizio della partita, nel momento in cui si cantavano gli inni. E precisamente, nel momento in cui si cantava quello francese (perché, lo dico per i due/tre esseri viventi sulla faccia della terra che non lo sapessero, la partita era tra Svizzera e Francia).

Lo stadio, gremito, cantava all’unisono. E vabbé, fin qui niente di eccezionale anche per me che allo stadio ci sono andata una volta in tutta la mia vita.

Il punto è che tra queste migliaia di tizi che cantavano all’unisono c’erano anche mio fratello e i suoi amici, TUTTI ITALIANI (emigrati).

E lo cantavano bene, sapete?  Con tutte le parole, a pieni polmoni, e a un certo punto pure con un braccio alzato…

Contre nous de la tyrannie,
L’étendard sanglant est levé!

Aux armes, citoyens!
Formez vos bataillons!
Marchons! Marchons… 
Eccetera.

Ohibò, mi son detta. Com’è sto fatto? Sono italiani e cantano l’inno francese? Tradimento!

Poi però mi è venuto in mente Avatar, il film di James Cameron del 2009 con quei tizi blu dagli occhi gialli e le orecchie a punta (tipo questo qui sotto, per capirci).

avatarAEM-xlarge

Al netto di effetti speciali fantasmagorici, cast interstellare e budget e incassi talmente galattici da essere impronunciabili, il succo di quel film, come ci dissero a un corso di sceneggiatura, è che la Patria – che poi sarebbe il paese a cui appartieni – non è necessariamente quello in cui nasci ma quello che ti scegli.

E per Mio Fratello e i suoi amici, vuoi o non vuoi, quel paese è la Francia.

La Francia li ha accolti quando erano solo degli sconosciuti specializzandi in medicina, li ha presi nei suoi policlinici, li ha fatti crescere e diventare dei bravi medici. E una volta che lo sono diventati non li ha mandati via con un calcio nel sedere ma ha offerto loro lavoro, riconoscimento economico, gratificazione professionale. E mentre in Italia ricevevano proposte per andare a ingrossare le file degli aspiranti a un posto ASL, tra incertezze e stipendi da fame,  la Francia li ha fatti diventare primi operatori in sala, e poi responsabili di reparto, e poi, a loro volta, professori di altri giovani specializzandi…

Insomma, in Francia hanno trovato lavoro e successo, hanno messo su casa, figli, famiglia.

Ti credo, che cantano La Marsigliese allo stadio.

Ti credo, che si sentono cittadini francesi.

Io invece, per la prima volta da quando vivo a Macondo, grazie a questa campagna elettorale mi sono sentita  felice di non essere più cittadina della Grande Città…

…non avrei proprio saputo dove diavolo mettere la crocetta.

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